Il domani appartiene al noi: tutti “soldati disarmati”.
- hartifexassociation

- 10 giu 2020
- Tempo di lettura: 2 min
“Il domani appartiene a noi 150 passi per uscire dal presentismo”, è il titolo di un libro di Federico Eichberg ed Angelo Mellone. I due autori contestavano (il libro è uscito nel 2011) la prevalenza di quello che definiscono “un individualismo di antropologie deboli centrato sul consumo nevrotico dell’oggi” e individuano nel “Noi” ovvero nel senso di un’appartenenza collettiva, la chiave per costruire una società migliore. (Marcello Foa, Giornale.it, 28 aprile 2011, Cultura).
Ma anche Gian Maria Fara, presidente dell'Eurispes affermò nel 2013 che “Il Paese è completamente ripiegato sul suo presente. Si è operato affidandosi al giorno per giorno, con risposte parziali, spesso improvvisate, con misure utili al massimo a tamponare qualche falla. Il nostro ormai è un Paese prigioniero del suo presente e il “presentismo” è diventato la nostra filosofia di vita». (Eurispes.eu,30 gennaio 2013, presentazione del Rapporto Italia 2013 dell'Eurispes).
Tutti profeti, forse!
Siamo nel 2020, il presentismo nell’era COVID-19, dimostra come il comportamento di chi, spinto dall'insicurezza sul proprio destino lavorativo, va o resta sul posto di lavoro anche al di là dei propri obblighi o a prescindere dalle condizioni di salute, con la conseguenza di rischiare più facilmente malori e infortuni sul lavoro e, secondo determinate logiche produttive o difensive, di risultare meno efficiente, un esempio emblematico è l’attività dei sanitari, ma anche di tutti coloro che nel periodo del lockdown, hanno continuato a lavorare: presenti al lavoro nell’interesse della comunità nazionale.
In passato le imprese soffrivano per l’assenteismo lavorativo. Molti lavoratori non rispettavano i propri orari di lavoro, arrivavano tardi o si assentavano con regolarità.
Con lo smart-working si è affermata una nuova tendenza forse addirittura peggiore della precedente: il presentismo al lavoro.
Questo tipo di prestazione funziona quando tutto è ricondotto ad un luogo in cui non è il soggetto che si sposta spazialmente da casa al lavoro ma è la prestazione che si sposta spazialmente attraverso la tecno-informatica, ma tutto ciò non significa vivere la libertà dal lavoro versus il c.d. ozio, inteso nel termine classico, in cui il tempo del non lavoro, è un tempo teoricamente libero ed cui l’essere umano si autodetermina nella scelta delle proprie emozioni.
Sicché i compagni di lavoro, non sono più i propri colleghi, bensì i propri familiari e le relazioni assumono un significato diverso ed un ruolo diverso, così anche la conflittualità.
Ecco che la subordinazione classica, diventa sempre più fuzzy, per vestirsi di autonomia, ma è sempre una nuova subordinazione virtuale, non certamente ludica: il presentismo.
Cambiano anche gli elementi del noi ai “i lavoratori” nel modello della subordinazione classica, si sostituiscono “i familiari” del modello della subordinazione virtuale, a cui si aggiunge la subordinazione tecnica, per l'unico artefatto logico: il computer.
Per analogia anche l’istruzione assume tali caratteristiche, ma anche la formazione.
Di fronte ad un evento come il Covid-19, molti sanitari sono morti sul campo, tutti infortuni sul lavoro, tutti soldati disarmati. Vi invito ad ascoltare questa canzone di Erminio Sinni, che canta di un presentismo in cui il lavoratore nel tempo e senza tutela, è un soldato disarmato.


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