Non più ambiente di lavoro ma luogo di lavoro, il che significa discutere di artefatto.
- hartifexassociation

- 5 giu 2020
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Secondo un linguaggio manageriale si può dire che l’attività di lavoro dovrà essere organizzata per obiettivi (management by objective), per cui il traguardo di lavoro assume una priorità maggiore rispetto alle regole (comunque sempre necessarie) di svolgimento del lavoro stesso. La flessibilità si traduce in margini di manovra assegnati agli esecutori affinché siano sviluppate le soluzioni più adatte al reale contesto di lavoro.

Il senso di appartenenza al gruppo e la condivisione dei medesimi obiettivi determinano l’efficienza e l’efficacia degli interventi.
Questo approccio organizzativo è coerente con la logica di suddivisione e di integrazione definita “a matrice”. Tale modalità permette di governare i processi di coordinamento e di integrazione delle risorse sia tramite i rapporti gerarchici sia attraverso i collegamenti orizzontali, realizzando gruppi di lavoro costituiti da collaboratori con medesimo ruolo. Questo approccio organizzativo è coerente con la logica di suddivisione e di integrazione definita “a matrice”. Tale modalità permette di governare i processi di coordinamento e di integrazione delle risorse sia tramite i rapporti gerarchici sia attraverso i collegamenti orizzontali, realizzando gruppi di lavoro costituiti da collaboratori con medesimo ruolo. A. Alberici (ved. Alberici, A. (2004), «Le metacompetenze e la competenza strategica in azione nella formazione», in C. Montedoro, Apprendimento di competenze strategiche, Milano, Franco Angeli), ha indicato alcune dimensioni che caratterizzano il repertorio culturale della competenza strategica e attraverso le quali si declina la finalità educativa dell’imparare ad apprendere:
• dimensione della bio graficità: capacità di riconoscersi, di attribuire significato, di orientarsi, di progettarsi, di scegliere;
• dimensione della metacompetenza: strategie relative alla ristrutturazione degli schemi (consapevolezza degli schemi cognitivi acquisiti, dialogo con la situazione, scoperta e diagnosi del problema, adeguamento dei saperi alle richieste ambientali, controllo dei processi messi in atto); disponibilità a creare nuova conoscenza, a gestire in modo autoregolato le competenze e a reinventare le competenze;
• dimensione della simbolizzazione: competenza simbolica relativa alla comprensione verbale e al ragionamento logico;
• dimensione dell’emozione: competenze emotive di tipo personale e interpersonale;
• dimensione sociale: competenza di comunicazione, del vivere insieme e di ruolo.
Gli interventi di lifelong learning hanno la finalità di sostenere l’innovazione e la produttività, di ricercare nuove strategie di gestione dell’impresa, dei servizi, di esaminare nuove soluzioni a problemi ricorrenti o insoliti e, inoltre, di promuovere opportunità di realizzazione sociale e professionale, per coloro che vivono il proprio lavoro con maggiore disorientamento, frustrazione, incertezza, senso di inadeguatezza. Questi lavoratori sono, infatti, coloro che con maggiore difficoltà trovano diritto di parola nel nuovo mondo del lavoro. L’attività in atto in specifici luoghi di lavoro è studiata attraverso una dettagliata analisi micro-sociale delle interazioni tra operatori e tra essi e le tecnologie utilizzate per lo svolgimento delle pratiche. La tecnologia diviene parte stessa del lavoro, configurandosi come un fenomeno sociale e non meramente “tecnico”. Il lavoro diviene un prodotto collettivo che coinvolge attori, strumenti e tecnologie, i quali, simmetricamente, partecipano alla definizione delle attività (Parolin, 2008). Il contesto non è considerato solo come un contenitore di azioni, ma come uno spazio sociale e culturale, cognitivo e affettivo, nel quale l’interazione fra la pluralità dei soggetti dà vita alle pratiche lavorative.
L’Activity theory (ved.https://www.slideshare.net/kiarela/dall-activity-theory-al-change-laboratory-di-engestrom-2482915) offre un contributo importante per assumere una prospettiva che rilegga il prodotto del lavoro non solamente come oggetto realizzato, ma effettivamente come un artefatto rappresentativo del valore culturale delle pratiche del lavoro attivate per realizzarlo. Gli artefatti presuppongono un progetto, uno scopo e di conseguenza un’intelligenza capace di attività creativa. Possono essere intesi come entità ideate, progettate e costruite intenzionalmente per raggiungere uno o più scopi e si caratterizzano per l’intenzionalità che guida l’azione: sono il risultato di azioni intenzionali, piuttosto che involontarie od opportunistiche. Gli artefatti, inoltre, possono essere oggetti e/o processi: entità interamente presenti in un determinato momento oppure processi la cui persistenza nel tempo si esprime nella sequenzialità tra parti successive. Infine, l’artefatto, può essere visto come un sistema, ovvero una struttura costituita da parti e da relazioni appartenenti ad uno o più ambienti in continua interazione.Artefatto, nella sua accezione più ampia, è un’entità fisica o non fisica, che presuppone utilizzazioni possibili. Nel momento stesso dell’utilizzo, produce un cambiamento delle capacità umane degli utilizzatori, e attraverso l’interazione (finalizzata alla costruzione di un senso comune) porta ad una nuova costruzione, inizialmente contestualizzata e soggettiva, del mondo che li circonda. Tale costruzione non sarebbe esistita senza l’artefatto che, attraverso il processo di mediazione, porta ad una nuova conoscenza, quindi non più soggettiva e contestualizzata, ma collettivamente condivisa e distribuita, influenzando così la realtà grazie all’innovazione apportata.


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